24 Febbraio 2025

anni ’50 ’60 del Novecento. Danilo Dolci e Bruno Zevi: cosa li ha uniti?

dalla rubrica ARGOMENTI

Un azzardo porli insieme, l’uno grande intellettuale borghese che mira a diffondere “i come e i perchè dell’architettura moderna”, stimolando a suscitare “la meraviglia” della scoperta, l’altro impegnato a documentare e provare a risolvere i problemi degli “ultimi”? E ancor più sembrerebbe aumentare la distanza di entrambi, quando si pensi che nel ‘52 quando Dolci ventottenne giunge dal nord in un villaggio povero di contadini e pescatori e non ha ancora manifestato ciò che vuole fare, Zevi, da lui conosciuto al Politenico di Milano dove prosegue gli studi di architettura, ha già un intenso retroterra: a New York dirige i “Quaderni Italiani” del movimento Giustizia e Libertà; a Glasgow gestisce la radio clandestina Giustizia e Libertà; a Roma partecipa alla lotta antifascista nelle file del Partito d’Azione, promuove l’APAO (Associazione per l’Architettura Organica) e, l’anno successivo, nel 1945, fonda la rivista “Metron” e pubblica la Storia dell’Architettura moderna e nel ‘47, il Primo Congresso nazionale delle APAO. L’anno successivo Saper vedere l’architettura. Quindi all’alba dei Cinquanta è già protagonista di rilievo nello scenario culturale e architettonico non solo nazionale. Danilo vive e lavora con gente che nasce e cresce in povertà rendendola motore di una presa di coscienza di se stessi e collettiva. Zevi, di famiglia alto-borghese, vive e lavora con gente che in gran parte ha ben oltre di che vivere. Lo scrivere di Danilo Dolci è come se fosse toccato dalla grazia e dalla levità della poesia. In quello di Zevi abita l’energia. In entrambi la luce dell’intuizione e della competenza. Zevi apprezzava la pianificazione dal basso di Danilo, ma non gli apparteneva. Comune il percorso che li rende protagonisti nell’impegno per stimolare un’autentica rinascita culturale, in una collettività forgiata da un insieme composito che riconduce a ripensare il rapporto tra relazione e comunicazione. In entrambi, quindi, con l’intuizione, la competenza, la complessità, la radicalità di pensiero e di creatività, la passionalità di un’azione mirata alla rottura e al cambiamento, una caparbietà, o meglio una tenacia insospettata. In entrambi un’azione controcorrente, coraggiosa. Incide nella sostanza della realtà e fa politica. Vogliono e lavorano per un modello umano con al centro della propria vita la necessità e l’urgenza dell’azione per dare concretezza a una visione di “ciò che potrebbe essere” e “non è ancora”. Sanno che la creatività non si insegna, ma sanno anche che in ognuno, incontrando l’occasione di poterla sperimentare, può accendersi. Vogliono l’integrazione città-territorio e la pianificazione organica. Emblematici i due progetti degli anni Sessanta: quello di Dolci per le zone terremotate e di Zevi per l’asse attrezzato di Roma. Entrambi lottano per la trasformazione democratica, l’uno della comunità “degli ultimi”, l’altro della comunità degli architetti. Entrambi svolgono quindi un’azione controcorrente. Li accomuna l’azione culturale che è anche politica. A fondamento è la comunicazione, e la parola acquista grande importanza. Suscita domande e provoca risposte.

Immagini del Seminario svoltosi a Trappeto (PA) nel 1969 sul tema “Città-territorio”, presenti Danilo Dolci e Bruno Zevi

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